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Storia

Marino Falier ascese al dogado, alle ore 16.00 dell' 11 settembre 1354, in concorrenza con altri tre candidati, di cui non si conoscono i nomi. Riuscì al primo scrutinio con 35 voti. Proposto da ventisette elettori fu dalla sorte designato per primo nel ballottaggio. Essendo ambasciatore di Avignone, per avvertirlo della sua elezione, venne mandato un notaio che fu poi seguito da dodici ambasciatori, che lo incontrarono a Verona. Egli era allora certamente il più eminente dei personaggi veneziani, e contava una settantina di anni. Il Re di Boemia lo aveva creato cavaliere, suo consigliere e familiare ; era diventato Conte e Signore di Valmareno, cedutagli dai da Camin, nel 1349, e datagli in feudo dal Vescovo di Ceneda. Dai da Camin aveva ricevuto in consegna anche il castello di Fregone. A Venezia aveva il palazzo di famiglia ai S.S. Apostoli, che esiste attualmente come Residenza d'epoca (Hotel Antico Doge), e degli antichi padroni porta ancora lo stemma. Questo Doge fu per un quarto di secolo forse il più importante e rappresentativo personaggio politico veneziano. Più volte appartenente al Consiglio dei Dieci che più tardi lo condannò a morte. In tale qualità, caso strano, ebbe l'incarico, con Andrea Michiel, di far morire in ogni modo i ribelli Bajamonte Tiepolo e Nicolò Querini, i quali andarono all'assalto del Palazzo dei Dogi, per rovesciare il Governo Repubblicano ed instaurare al suo posto una Signoria assoluta. Il Falier fu capitano e bailo di Negroponte, podestà di Lesina e Brazza, di Serravalle, di Treviso. Andò come ambasciatore presso il Pontefice l'Imperatore, il Re d'Ungheria, il Duca d'Austria, il legato pontificio ed a Ferrara. Come plenipotenziario di Venezia stipulò la lega di questa cogli Scaligeri, gli Estensi e Faenza contro Genova e contro i Visconti. Ebbe pure molti incarichi militari. Fu uomo dì armi e condottiero in terra e in mare contro gli Scaligeri nelle ribellioni di Zara e Capodistria, in Schiavonia e contro i genovesi, occupandosi anche degli apprestamenti guerreschi. Fu più volte Savio con diversi incarichi amministrativi e si occupò perfino di edilizia veneziana. Privatamente trovò ancora tempo di occuparsi di mercatura e di negozi. Perciò molto spesso dovette prendere a prestito denari da privati e dai procuratori di S. Marco. Fu in società d'affari con il fratello Ordelaf, con il cugino Nicolò Falier e con altri. Carichi di spezie, di frumento, di legname, di allume, di panno, viaggiavano per suo conto sulle cocche, sulle taride, sulle galere di mercato con i rischi del mare e dei pirati. Sotto la veste di umanista egli conservava una piccola collezione di oggetti diversi, donatagli nientemeno che dal celebre viaggiatore Marco Polo e conservata per alcuni anni in una stanza del suo Palazzo ai S.S. Apostoli. In complesso fu una bella intera figura medioevale, specialmente per l'indirizzo politico di quei tempi; tuttavia dimostrò avere un'instancabile attività sia nella vita pubblica, sia nella privata come commerciante, per il succedersi delle più disparate incombenze a lui affidate.

alberghi VeneziaAl principio del dogado si mostrò così riguardoso nell'uso delle sue prerogative, che negò perfino di dare il suo parere in un processo per omicidio, mentre avrebbe potuto farlo, perché l'esclusione della promissione riguardava le sole cause civili. Nacque nel 1285, da Giacomo e da Beriola Loredan, i quali ebbero con lui altri due maschi, Marco ed Ordelaf. Era molto amato e considerato dalla sua famiglia, e i contemporanei, fra i quali il Petrarca, sono d'accordo nel dirlo uomo di molta sapienza, valoroso e liberale. Nulla si sa di lui prima dei trenta anni, in cui figura come Capo dl Consiglio dei Dieci. Non sembra fosse ambizioso e iracondo come lo farebbero apparire, anche se in un momento d'ira, si dica abbia schiaffeggiato il Vescovo di Treviso, arrivato in ritardo alla cerimonia del Corpus Domini ed ucciso un bottegaio a Rialto. In prime nozze sposò Tommasina Contarini dalla quale ebbe una figlia, di nome Lucia. La seconda fu la celebre e giovane "bela moier" (bella moglie) Aluica, figlia di Nicoletto Gradenigo, figlio del Doge Pietro, che sposò anteriormente al 1355 e che gli portò 4.000 lire di dote. Ella sarebbe nata nella prima decade del secolo, sicchè avrebbe avuto, quando diventò Dogaressa, più di quarantacinque anni di età. Che sia stata veramente una donna di condotta leggera e licenziosa non si può affermare. Certo, il Doge, anche in punto di morte non le tolse la sua stima e la volle sola esecutrice delle sue volontà. E' vero che i mariti sono gli ultimi ad accorgersi ed a credere alle colpe delle mogli. Infatti alcuni storici riportano i pensieri del popolo rispondendo perfettamente al dialetto del trecento: Marin Falier da la bela moier, Marin Falier dalla bella moglie Altri la galde e lui la mantien Altri la fanno godere e lui la mantiene Oppure Beco Marin Falier da la bela moier, la mogier del doxe Falier se fa foter per so piaser. Gli insulti verso la moglie adultera non furono la causa determinante della famosa congiura, ma certo vi deve aver notevolmente influito. Era il tempo, in cui in Italia si andavano formando nei comuni le signorie e i principati, e l'ambizioso Falier, non contento di essere arrivato al dogado, cospirò per diventare signore a bacchetta, come si diceva allora nella sua patria, e per assicurare il dominio alla sua famiglia, che non finiva con lui, ma poteva continuare con il nipote Fantino, figlio del fratello Marco. La congiura sembra essere determinata dal malessere finanziario dell'epoca, e come una reazione del partito per la guerra ad oltranza contro i genovesi, capeggiato dall'impulsivo Falier, che cercò di attuare con esso i suoi cupidi disegni, e che infine rimase solo ed espiò anche la colpa degli altri.

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I fini della congiura erano diretti a ridare il governo della Repubblica alle principali famiglie, di fronte al prevalere della nobiltà inferiore. Certo la congiura lasciò strascichi fino a dieci anni dopo. I congiurati vennero scoperti per la rivelazione d'uno di essi, che volle salvare un amico patrizio. Erano tutti popolani e marinai, ad eccezione di Bertuccio Falier, un parente lontano del Doge. Di essi undici vennero impiccati, tre condannati al carcere perpetuo, uno alla prigione per un anno, uno relegato a Candia, cinque banditi in contumacia, e trentuno graziati per speciali ammonizioni. La sentenza, che lo condannò alla pena capitale, deve aver fatto parte di uno speciale incarto processuale del Consiglio dei Dieci, ma non fu riprodotta nel libro I V de Misti, dove, nel posto in cui avrebbe dovuto essere riportata, si legge " non scribatur" . Con la condanna capitale il Doge ebbe confiscati tutti i suoi beni e perdette i feudi. Gli fu solo permesso per grazia di disporre di 2.000 lire per beneficiare i poveri e per pie elemosine, ciò che fece con atto di ultima volontà nel 17 aprile 1355. La condanna venne eseguita, verso il tramonto dello stesso giorno, sul pianerottolo della scala di pietra, dove aveva giurato di osservare la promissione ducale; prima che fosse eseguita gli venne tolto dal capo il berretto e fu spogliato delle altre insegne dogali. La testa mozza fu quindi, dal maestro di giustizia, che impugnava lo spadone insanguinato, mostrata al popolo radunato davanti al Palazzo Ducale, che aveva le porte chiuse e disse :" Vardè tutti l'è stà fatta giustizia del traditor" . Il corpo rimase esposto con la testa ai piedi tutto il giorno e la notte seguente, su una stuoia, nella Sala del Piovego. Poi fu messo in una cassa e sepolto senza onori. Al momento della sua condanna fu suonata, in Palazzo Ducale, una campana che poi per ordine del Consiglio dei Dieci, non fu più suonata.hotel VeneziaPiù tardi questa campana, dopo essere stata per qualche tempo nascosta, fu collocata senza batacchio, corda e asta nel campanile di San Marco, dove, alla fine del secolo XVI o al principio del XVII, pare ci fosse ancora e si diceva destinata a suonare quando si fosse ripetuto il fatto del Falier. Altro suo ricordo era uno scanno di noce, di cui si sarebbe servito quando fu podestà di Chioggia, conservato fino qualche anno fa dalla famiglia Bonivento. Un tempo si mostrava fra l'argenteria della chiesa dei S.S. Apostoli una bella bottoniera di filigrana appartenente al suo manto. Al Museo Correr vi è un sigillo di bronzo a lui appartenuto. Si ricorda inoltre un panno d'altare, bianco damaschino, lordo di sangue, che si metteva il Venerdì Santo sull'altare maggiore della chiesa di S. Marco in suo ricordo, era lo stesso che era stato collocato sotto il ceppo, quando gli fu tagliata la testa. E' certo che Marino Falier tornando dalla sua legazione in Avignone per assumere il dogado, scendendo dal Bucintoro, attraccatosi, per errore a causa della fitta nebbia, alla riva della piazzetta S. Marco, sia passato fra le due colonne, dove si giustiziavano i malfattori. Questo incidente fu considerato di triste presagio. Il Consiglio dei Dieci per riconoscienza a Dio e a S. Marco d'aver salvato lo Stato, decretò, il 7 maggio 1355, che avesse luogo ogni anno, il 16 aprile, una solenne processione, con l'intervento del Doge, e che venisse celebrata nella stessa mattina una solenne messa a S. Marco. Esistono varie sue sottoscrizioni autografe all'Archivio di Stato a Venezia (nei pressi della chiesa dei Frari), e nel Museo di Padova, alcune bolle plumbee e monete. Il 16 dicembre 1366, per decreto del Consiglio dei Dieci, il luogo della parete della Sala del Maggior Consiglio a Palazzo Ducale, dove avrebbe dovuto trovare posto la sua effigie, fu dipinto in azzurro son la scritta in lettere bianche : " Hic fuit locus ser Marini Faletri decapitati pro crimine proditionis " e fu tolto lo stemma. Era stato proposto di mettere il ritratto in modo che si vedesse che era stato decapitato, ma non fu accettato. Dopo l'incendio del Palazzo Ducale nel 1577, venne messo il velo nero con la scritta " Hic est locus Marini Faletri decapitati pro criminibus" . Pertanto del suo brevissimo dogado, oltre alla congiura, non si può ricordare che la continuazione della guerra contro i genovesi ed i Visconti, di cui fu un grande fautore ed animatore, in lega con il Re di Aragona, guerra che finì dopo la sua morte avvenuta il 1 giugno 1355. Egli riposava in un cassone di pietra d'Istria molto grande appoggiato sul pavimento e collocato in un angolo dell'atrio della cappella della Madonna della Pace, nella chiesa di S.S. Giovanni e Paolo. Vicino ad esso si vedeva un sigillo di pietra che era fregiato dello stemma dei Falier. Il cassone fu aperto nel 1812, e fra i molti scheletri che furono estratti per essere tumulati altrove, si potè vederne uno decapitato, con la testa tra le gambe e si ritiene sia stato quello dell'infelice Doge. Il cassone vuotato, fu rimosso dal suo posto, essendo stata soppressa la cappella della Madonna della Pace. Ora, dopo essere servito da serbatoio per l'acqua dell'ospedale civile, si trova conservato nella loggia esterna dell'antica sede del Museo Correr, al Fondaco dei Turchi. La tragica fine del Doge è stata rappresentata in dipinti di Fleury e Delacroix e la sua romanzesca vita ha ispirato vari letterati. Tragedie, in cui compare in scena, sono state scritte da Lord Byron e da Casimiro de la Vigne, accademico di Francia, da Giulio Pullè, da A. G. Spinelli, da Antonio Dall'Acqua, da Enrico Martelli, da A. Lindner e da Tommaso Zauli - Sajani. Esiste al Museo Correr una tragedia inedita che lo rappresenta di Roberto Gavagnin. Racconti storici che lo riguardano apparvero nel 1829 per opera di E. Ronteix e di H. Paris e di F. Venosta nel 1873. C. De Breuil lo ha fatto comparire in un romanzo e Hoffmann in uno dei suoi racconti fantastici. I grandi maestri di musica Gioacchino Rossini e Gaetano Donizetti lo hanno immortalato in due melodrammi.


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